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Ci penso da ieri, da quando la notizia è rimbalzata dappertutto, dal metrò al bar, dagli uffici e in tutte le case, raggiungendo tutto il mondo possibile. O forse solamente tutto il mondo interessato.

Lui, il grande terrorista, capo indiscusso di tutti i terroristi che si rifanno ad una dottrina radicale islamica, mandante di tante stragi occidentali degli ultimi anni, forse dell’ultimo ventennio, è morto. Ammazzato da un commando CIA che curava da mesi un fortino-casa nei pressi della capitale pakistana, che per inciso non mi pare sia scenario di guerra o di occupazione america, o chissà cos’altro.

E’ c’è un primo sollievo, un sospiro che libera un’angoscia nascosta in un angolo di testa, dove relego tutte le paure che si assomano ogni qualvolta la “macchina della paura”  esercitata dai tg, dai giornali, dai programmi tv ecc. parte a bomba.

Ed immediatamente dopo, il sospiro si ferma, il sollievo già sostituito con un altro angoscioso pensiero. Ma dovevano ucciderlo per forza? Forse sì, la guerra non è un balletto dove ognuno conosce i propri passi e rispetta i movimenti altrui, no la guerra è caos assoluto, primordiale e forse nella calca la sparatoria non ha risparmiato ninete e nessuno. Eppure qualcosa stona ancora. E la stonatura viene confermata dal nuovo responabile CIA, tale Panetta, cognome che tradisce retaggio di immigrato italiano, chissà di quale generazione, che afferma che il commando era lì per uccidere.

E già mi dissocio, no non credo che nessuno abbia il diritto di disporre della morte di un altro. Chiunque esso sia. Chiunque. Se così non fosse come si può distinguere un terrorista da un altro, se tutti sono autorizzati ad uccidere senza inframezzare  un pensiero in tutto ciò, un seme di democrazia. Certo qualcuno potrà dire, sono stati loro ad iniziare per primi, ma adesso che siamo al pareggio che si fa? Aspettiamo che inizi qualcun altro?

Forse valeva la pena prenderlo e processarlo, far valere la democrazia, qualsiasi essa sia, in qulasiasi forma, ma democrazia.

Non credo che i tanti morti provacati da Al Qaeda siano stati ieri vendicati. Forse quei morti meritavano una forma di rispetto democratica più alta, quella che non hanno avuto in vita.

E non credo neanche che gli americani radunati ed esultanti davanti alla Casa Bianca siano molto diversi da quelli, vestiti più dimessamente certo, che esultano per le strade di polverose capitali di paesi islamici. Le ragioni sono diverse, ma il fanatismo si assomiglia moltissimo e talvolta è uguale.

Nella speranza che tutte le vittime del terrorismo possano avere Giustizia e possano vedere affermati valori democratci in tutto il mondo. Solo così, credo, che la loro morte non sarà stata vana.


In questi giorni, la Turchia sta vivendo un momento cruciale della sua storia.

La Corte Costituzione sta decidendo se mettere al bando l’Akp, il partito di maggioranza guidato dal primo ministro Erdogan.

Il gruppo politico è accusato, dalla Procura Generale di Ankara, di attività anti-laiche e volte a distruggere l’unità nazionale. I 71 dirigenti del partito, premier e Capo dello Stato inclusi, rischiano l’esclusione dalla vita politica per 5 anni.

Da questa decisione deriverà il destino di una nazione situata in una posizione strategicamente importante sia per l’Occidente che per il Medio Oriente. I pronostici sono piuttosto difficili in un paese spaccato tra la voglia di integralismo che percorre buona parte del mondo islamico e la tenacia di coloro che vedono all’Europa come unico futuro possibile.

Il caso è assai complesso dal punto di vista giuridico, in sostanza, c’è da appurare se l’Akp si sia reso colpevole di attentato alla laicità dello stato con alcuni provvedimenti che assecondano le istanze religiose musulmane.
Uno fra tutti, che ha destato fior di polemiche anche fuori dal paese, si è focalizzato sul permesso di frequenza dell’università anche a studentesse con il velo, in libero contrasto con le basi costituzionali che recitano la piena laicità delle Istituzioni pubbliche turche.

Se la Corte decidesse per la messa al bando dellAKP il paese si troverebbe in una situazione di caos politico ed istituzionale senza precedenti.

E’ un paese che ha bisogno di un aiuto, di un sostegno democratico, in particolare da parte dell’Europa, che dovrebbe interessarsi di più al futuro di un paese che ha chiesto di fare parte della Comunità.

Ma perchè nessuno ne parla?

Non c’è un solo giornale a tiratura nazionale che accenni alla cosa.

Perchè ce ne dobbiamo preoccupare quando è troppo tardi. Un milione di turchi ha manifestato nei mesi scorsi an Ankara. Nessuno ne sa niente.

I musulmani fanno notizia solo se il loro nome è affiancato al terrorismo, altrimenti chi se ne frega.